in conferenza stampa a Pechino Padma Choling, presidente della Regione Autonoma Tibetana. Per Padma Choling, il leader dei tibetani in esilio non ha fatto nulla di buono per i tibetani da quando ha lasciato il paese nel 1959 e «dipende dal Dalai Lama stesso se vuole tornare o no, le porte sono aperte e lui conosce la posizione del governo centrale». Per il presidente dell'autorità tibetana cinese, il Dalai Lama «sia se si ritiri o no, non gli è permesso di sabotare la vita felice dei tibetani. Io sono il presidente del governo regionale, sono solo io nella posizione di salvaguardare la vita felice dei tibetani». Padma Choling ha anche etichettato come «organizzazione illegale», il governo tibetano in esilio a Dharamsala, in India, smentendo la possibilità di contatti e colloqui con o su loro, spiegando che il suo è l'unico governo legale del Tibet e invitando i paesi del mondo a non riconoscere quello in esilio. «Io sono l'ottavo presidente della regione autonoma tibetana, l'unico governo legittimo del Tibet, eletto dai tibetani dal 1959. Si parla di un successore del Dalai Lama, ma successore di chi e quale carica?». Il presidente della regione tibetana ha anche spiegato che se ci saranno colloqui tra il governo cinese e il Dalai Lama, riguarderanno solo il suo futuro e quello delle persone a lui vicine, ma non sul governo in esilio.
venerdì 20 maggio 2011
Il Dalai LAma può tornare in Cina!?
«Le porte del Tibet per il Dalai Lama sono sempre aperte, se vuole ritornare in Cina». Lo ha detto stamattina
in conferenza stampa a Pechino Padma Choling, presidente della Regione Autonoma Tibetana. Per Padma Choling, il leader dei tibetani in esilio non ha fatto nulla di buono per i tibetani da quando ha lasciato il paese nel 1959 e «dipende dal Dalai Lama stesso se vuole tornare o no, le porte sono aperte e lui conosce la posizione del governo centrale». Per il presidente dell'autorità tibetana cinese, il Dalai Lama «sia se si ritiri o no, non gli è permesso di sabotare la vita felice dei tibetani. Io sono il presidente del governo regionale, sono solo io nella posizione di salvaguardare la vita felice dei tibetani». Padma Choling ha anche etichettato come «organizzazione illegale», il governo tibetano in esilio a Dharamsala, in India, smentendo la possibilità di contatti e colloqui con o su loro, spiegando che il suo è l'unico governo legale del Tibet e invitando i paesi del mondo a non riconoscere quello in esilio. «Io sono l'ottavo presidente della regione autonoma tibetana, l'unico governo legittimo del Tibet, eletto dai tibetani dal 1959. Si parla di un successore del Dalai Lama, ma successore di chi e quale carica?». Il presidente della regione tibetana ha anche spiegato che se ci saranno colloqui tra il governo cinese e il Dalai Lama, riguarderanno solo il suo futuro e quello delle persone a lui vicine, ma non sul governo in esilio.
in conferenza stampa a Pechino Padma Choling, presidente della Regione Autonoma Tibetana. Per Padma Choling, il leader dei tibetani in esilio non ha fatto nulla di buono per i tibetani da quando ha lasciato il paese nel 1959 e «dipende dal Dalai Lama stesso se vuole tornare o no, le porte sono aperte e lui conosce la posizione del governo centrale». Per il presidente dell'autorità tibetana cinese, il Dalai Lama «sia se si ritiri o no, non gli è permesso di sabotare la vita felice dei tibetani. Io sono il presidente del governo regionale, sono solo io nella posizione di salvaguardare la vita felice dei tibetani». Padma Choling ha anche etichettato come «organizzazione illegale», il governo tibetano in esilio a Dharamsala, in India, smentendo la possibilità di contatti e colloqui con o su loro, spiegando che il suo è l'unico governo legale del Tibet e invitando i paesi del mondo a non riconoscere quello in esilio. «Io sono l'ottavo presidente della regione autonoma tibetana, l'unico governo legittimo del Tibet, eletto dai tibetani dal 1959. Si parla di un successore del Dalai Lama, ma successore di chi e quale carica?». Il presidente della regione tibetana ha anche spiegato che se ci saranno colloqui tra il governo cinese e il Dalai Lama, riguarderanno solo il suo futuro e quello delle persone a lui vicine, ma non sul governo in esilio.
sabato 14 maggio 2011
Himalaya: incidente durante spedizione italo-svizzera
Sono sempre senza esito le ricerche del cameraman tedesco Daniel Ahnen, caduto mercoledì in un crepaccio sull'Himalaya mentre stava accompagnando la spedizione dell'alpinista elvetico Roger Schaeli e dell'altoatesino Simon Gietl sull'Arwa Spire (6090 metri). Le operazioni di soccorso per il momento non hanno infatti dato esito e con ogni ora che passa diminuiscono le possibilità di trovarlo vivo. Schaeli e Gietl, che hanno interrotto la scalata, sono le nuove star dell'arrampicata in velocità: in febbraio hanno scalato la parete nord dell'Eiger in 4 ore 25 minuti.
martedì 10 maggio 2011
...morte "annunciata" sull'Everest
Un ex ministro nepalese di 82 anni con il sogno di diventare il più anziano scalatore a conquistare l'Everest è morto oggi mentre tentava l'impresa. Lo riferisce il quotidiano -The Himalayan Times.
Shailendra Kumar Upadhyay si trovava ad un'altitudine di 6350 metri quando è stato colto da un malore causato dalla mancanza di ossigeno. Una squadra di soccorso è stata inviata dal campo base per recuperare il corpo.
Upadhyay, ex ministro degli esteri alla fine degli anni Ottanta e prima ex ambasciatore alle Nazioni Unite, accarezzava da tempo il sogno di battere il primato appartenente a un nepalese di 76 anni, il più anziano alpinista a scalare l'Everest nel 2008.
Era partito per la sua missione a metà aprile e si trovava tra il campo base e il "Camp 1", la prima tappa della salita sul versante nepalese. Secondo un funzionario governativo, l'ottuagenario "stava tornando al Camp 1" forse per via del maltempo.
La notizia del decesso è stata confermata dal presidente della Mountaineering Association, Zimba Zangbu Sherpa, secondo il quale "a provocare il decesso è stato il mal d'altitudine e la carenza di ossigeno".
lunedì 9 maggio 2011
Un deposito per scorie nucleari in Mongolia
Un deposito di scorie nucleari potrebbe essere costruito in Mongolia. Rappresentanti del Governo mongolo, statunitense e nipponico hanno intavolato delle discussioni su questo tema, proprio pochi giorni prima del devastante terremoto che ha interessato lo scorso 11 marzo il nord del Giappone. La notizia è stata però stata resa nota solo oggi dal quotidiano giapponese Mainichi, il quale ha specificato che una decisione definitiva non è stata ancora presa.
La struttura consentirebbe a Tokyo e Washington di competere con più efficacia con la Russia, che offre già alle sue aziende atomiche la possibilità di depositare le scorie sul suo territorio.
Da parte sua, la Mongolia prevede di avere il suo primo impianto nucleare pronto entro il 2020.
lunedì 2 maggio 2011
Il segretario generale dell'Onu Ban Ki-moon ha rivolto un appello ai partiti del Nepal
Il segretario generale dell'Onu Ban Ki-moon ha rivolto un appello ai partiti del Nepal per continuare il
processo di pace e varare una nuova costituzione prima della scadenza del 28 maggio. In un comunicato, il responsabile del Palazzo di Vetro chiede «il massimo impegno» per raggiungere un compromesso sui nodi centrali, «incluso l'integrazione e la riabilitazione dei guerriglieri maoisti e la fondamentale questione della nuova costituzione». Ban Ki-moon ha poi sottolineato che «il processo di pace è in ritardo e incompleto a causa delle divisioni tra i partiti» sulla forma da dare alla giovane repubblica nepalese e sul destino delle
milizie maoiste. Le divergenze fra i tre principali gruppi, gli ex ribelli, i comunisti e i conservatori, avevano portato lo scorso 15 gennaio alla chiusura della missione delle Nazioni Unite incaricata di sorvegliare il disarmo delle parti in conflitto. Dopo i fallimenti di un anno fa, l'assemblea costituente eletta nel 2008, aveva fissato un nuovo termine per il varo di una carta costituzionale. Ma a meno di un mese dalla scadenza permangono ancora profonde spaccature tra l'opposizione maoista e i due partiti che sono guidano attualmente governo. Tuttavia, proprio ieri, il partito maoista guidato dall'ex guerrigliero Prachanda ha
ammorbidito la propria posizione affermando di essere disponibile a «seri colloqui» e pronto «a prendere decisioni coraggiose».
processo di pace e varare una nuova costituzione prima della scadenza del 28 maggio. In un comunicato, il responsabile del Palazzo di Vetro chiede «il massimo impegno» per raggiungere un compromesso sui nodi centrali, «incluso l'integrazione e la riabilitazione dei guerriglieri maoisti e la fondamentale questione della nuova costituzione». Ban Ki-moon ha poi sottolineato che «il processo di pace è in ritardo e incompleto a causa delle divisioni tra i partiti» sulla forma da dare alla giovane repubblica nepalese e sul destino delle
milizie maoiste. Le divergenze fra i tre principali gruppi, gli ex ribelli, i comunisti e i conservatori, avevano portato lo scorso 15 gennaio alla chiusura della missione delle Nazioni Unite incaricata di sorvegliare il disarmo delle parti in conflitto. Dopo i fallimenti di un anno fa, l'assemblea costituente eletta nel 2008, aveva fissato un nuovo termine per il varo di una carta costituzionale. Ma a meno di un mese dalla scadenza permangono ancora profonde spaccature tra l'opposizione maoista e i due partiti che sono guidano attualmente governo. Tuttavia, proprio ieri, il partito maoista guidato dall'ex guerrigliero Prachanda ha
ammorbidito la propria posizione affermando di essere disponibile a «seri colloqui» e pronto «a prendere decisioni coraggiose».
Eletto il sucessore politico del Dalai Lama
La riforma auspicata dal Dalai Lama, che ha scelto di concentrarsi sulla sua attività spirituale lasciando le
responsabilità politiche a una personalità eletta, ha cominciato a prendere forma oggi con l'annuncio dell'elezione di Lobsang Sangay, giurista e ricercatore dell'Università di Harvard, quale nuovo primo ministro (Kalon Tripa) del governo tibetano in esilio. Sangay ha infatti vinto le elezioni a suffragio diretto organizzate il 20 marzo scorso, succedendo a Samdhong Rimpoche e diventando così il terzo primo ministro ad assumere l'incarico da quando nel 2001 è stato introdotto questo metodo di consultazione democratica.
Il neo eletto premier, che ha 43 anni, ha superato altri due aspiranti alla carica ottenendo il 55% dei 49.189 voti espressi in oltre 30 paesi (sui 83.399 registrati), e superando agevolmente Tethong Tezin Namgyal, laureato della Standford University, e Tashi Wangdi, rappresentante tibetano a Bruxelles, New Delhi e New York. Annunciando questo risultato a Dharamsala, dove ha sede il governo tibetano in esilio, il capo della Commissione elettorale, Jamphel Chosang, ha sottolineato che «dopo la decisione formalizzata in marzo del Dalai Lama di rinunciare al suo ruolo di guida politica, la consultazione per l'elezione del nuovo capo del governo ha assunto una portata storica». Inoltre, hanno notato gli analisti, è la prima volta che sulla scena dell'esilio tibetano, affollata finora di personalità religiose in età spesso avanzata, si propone la figura di giovane manager formatosi negli Stati Uniti. Nella prima reazione dopo aver appreso i risultati del voto, Sabgay ha detto fra l'altro: «Il vostro ampio sostegno è emozionante, ed io farò quanto mi è possibile per non deludere le vostre aspettative». «Rivolgo un appello - ha concluso - a tutti i tibetani ed agli amici del Tibet ad unirsi a me nello sforzo comune per alleviare le sofferenze dei tibetani nel Tibet occupato e per permettere il
ritorno di Sua Santità nel posto a cui ha diritto: il Palazzo di Potala». Nato a Darjeeling (Stato indiano del West Bengala) nel 1968, Sabgay non ha mai visitato il Tibet ed in una recente intervista si è detto convinto della bontà della strategia della «via di mezzo» propugnata dal Dalai Lama. Ossia il raggiungimento di una autonomia del Tibet all'interno della Cina, piuttosto che una vera e propria indipendenza.
responsabilità politiche a una personalità eletta, ha cominciato a prendere forma oggi con l'annuncio dell'elezione di Lobsang Sangay, giurista e ricercatore dell'Università di Harvard, quale nuovo primo ministro (Kalon Tripa) del governo tibetano in esilio. Sangay ha infatti vinto le elezioni a suffragio diretto organizzate il 20 marzo scorso, succedendo a Samdhong Rimpoche e diventando così il terzo primo ministro ad assumere l'incarico da quando nel 2001 è stato introdotto questo metodo di consultazione democratica.
Il neo eletto premier, che ha 43 anni, ha superato altri due aspiranti alla carica ottenendo il 55% dei 49.189 voti espressi in oltre 30 paesi (sui 83.399 registrati), e superando agevolmente Tethong Tezin Namgyal, laureato della Standford University, e Tashi Wangdi, rappresentante tibetano a Bruxelles, New Delhi e New York. Annunciando questo risultato a Dharamsala, dove ha sede il governo tibetano in esilio, il capo della Commissione elettorale, Jamphel Chosang, ha sottolineato che «dopo la decisione formalizzata in marzo del Dalai Lama di rinunciare al suo ruolo di guida politica, la consultazione per l'elezione del nuovo capo del governo ha assunto una portata storica». Inoltre, hanno notato gli analisti, è la prima volta che sulla scena dell'esilio tibetano, affollata finora di personalità religiose in età spesso avanzata, si propone la figura di giovane manager formatosi negli Stati Uniti. Nella prima reazione dopo aver appreso i risultati del voto, Sabgay ha detto fra l'altro: «Il vostro ampio sostegno è emozionante, ed io farò quanto mi è possibile per non deludere le vostre aspettative». «Rivolgo un appello - ha concluso - a tutti i tibetani ed agli amici del Tibet ad unirsi a me nello sforzo comune per alleviare le sofferenze dei tibetani nel Tibet occupato e per permettere il
ritorno di Sua Santità nel posto a cui ha diritto: il Palazzo di Potala». Nato a Darjeeling (Stato indiano del West Bengala) nel 1968, Sabgay non ha mai visitato il Tibet ed in una recente intervista si è detto convinto della bontà della strategia della «via di mezzo» propugnata dal Dalai Lama. Ossia il raggiungimento di una autonomia del Tibet all'interno della Cina, piuttosto che una vera e propria indipendenza.
mercoledì 6 aprile 2011
Morto monaco tibetano picchiato da cinesi
Un monaco tibetano che era stato duramente picchiato e torturato dalla polizia cinese per il suo ruolo nella pacifica manifestazione di protesta a Labrang Tashikyil nel nord-est del Tibet nel 2008, è morto a seguito delle ferite e delle conseguenze di quelle percosse. Lo riferisce il governo tibetano in esilio, spiegando che la morte è avvenuta lo scorso 3 aprile ma se ne è avuta notizia solo oggi. Jamyang Jinpa, 37 anni, era stato tra quei monaci del monastero di Labrang, che aveva parlato apertamente ad un gruppo di giornalisti stranieri della soppressione dei diritti umani e della libertà religiosa a Labrang Tashikhyil il 9 aprile 2008, sfidando le forze di sicurezza cinesi. Dopo la loro protesta in quel giorno, quasi tutti i monaci andarono a nascondersi per sfuggire alla repressione. Jinpa fu tra i pochi a scegliere di rimanere nel monastero. La polizia cinese da allora ha fatto ripetutamente irruzione nella sua stanza e gli ha rotto le mani e le gambe, torturandolo di continuo per oltre dieci giorni, per poi affidarlo alla sua famiglia. Da allora, e per gli ultimi tre anni, i suoi vecchi genitori hanno fatto del loro meglio per dargli cure mediche fino allo scorso tre aprile quando il monaco è deceduto. Jinpa era molto conosciuto nel monastero in quanto lavorava come guida per gli stranieri essendo uno dei pochi a parlare anche un po' di inglese.
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