mercoledì 2 febbraio 2011

Intrigo himalayano : articolo di Piero Verni

Giorni difficili per il giovane Urgyen Trinley Dorje, 17° Karmapa, detentore del principale lignaggio dell’importante scuola buddista Karma-Kagyu e oggi al centro di un vero e proprio intrigo himalayano che pare uscito dalla penna di romanzieri quali Le Carré o Forsyth. Il 27 gennaio nel monastero di Gyuto (nello stato indiano dell’Himachal Pradesh dove Urgyen Trinley vive dal 2000) un’investigazione congiunta della polizia locale e dei sevizi segreti di Nuova Delhi, ha portato alla scoperta di una somma enorme di denaro non dichiarato. Si parla dell’equivalente di oltre 60 milioni di rupie (circa 950.000 euro) in diverse valute tra cui anche lo yuan cinese. Il tesoriere del giovane lama e due uomini d’affari indiani sono stati arrestati e lui stesso è stato sottoposto a un interrogatorio che ha lasciato piuttosto insoddisfatte le autorità di polizia che non hanno evidentemente creduto alle parole del lama il quale respinge ogni addebito. Ma l’importanza della vicenda non risiede tanto nell’incidente valutario quanto nel fatto che per la prima la stampa scrive apertamente che settori consistenti dell’intelligence indiana ritengono il 17° Karmapa una pedina di Pechino.




Urgyen Trinley, nato nel 1985 nel Tibet orientale, è stato il primo lama reincarnato a venire riconosciuto dal governo cinese che nel 1992 acconsentì al suo insediamento nel monastero di Tsurphu (Tibet centrale). Però a fine dicembre 1999, il Karmapa decise di fuggire dal Tibet e rifugiarsi in India dove arrivò ai primi di gennaio 2000, dopo un avventuroso viaggio al limite delle possibilità umane. Recatosi immediatamente dal Dalai Lama, il 17° Karmapa venne immediatamente ricevuto dal leader tibetano che lo accolse e gli diede ospitalità nel monastero di Gyuto. La notizia della fuga di questo lama apparve al mondo un grave scacco per il governo cinese. Unici a rimanere scettici furono però gli 007 indiani ai quali una fuga così rocambolesca di un gruppo di adolescenti (il Karmapa era scappato in compagnia della sorella e un piccolo gruppo di giovani amici) in grado di superare sia il controllo cinese sia un territorio così ostile non era parsa chiara. In tutti questi dieci anni si era sempre mormorato che i servizi segreti di Delhi tenessero d’occhio il Karmapa (che, tra l’altro, è contestato da alcuni alti esponenti della sua stessa scuola che hanno riconosciuto come 17° Karmapa un altro giovane tibetano, Trinley Thaye Dorje). Adesso, proprio nel momento in cui la tensione tra India e Cina è al culmine degli ultimi 30, arriva questo complicato affaire.



Situazione imbarazzante anche per il Dalai Lama che in una dichiarazione rilasciata ieri ha auspicato di svolgere indagini più approfondite prima di giungere a conclusioni affrettate sottolineando inoltre che il Karmapa ha molti discepoli cinesi cosa che potrebbe spiegare la presenza dell’ingente somma in yuan ritrovata nel monastero. Meno diplomatica la reazione di numerose organizzazioni tibetane dell’esilio che parlano di grossolano equivoco e in alcuni casi ventilano addirittura la possibilità di trovarsi di fronte a un complotto ai danni del Karmapa. Pechino, da parte sua, ha ovviamente rilasciato una dura smentita. “Le speculazioni che il Karmapa possa essere una spia cinese sono assurde e mostrano solo l’attitudine sospettosa dell’India,” ha detto Xu Zhitao, un membro del Comitato Centrale del P. C. C.



A questo punto delle indagini è impossibile dire qualcosa di definitivo. L’unico elemento certo è che se dopo aver creato ad arte un “suo” Panchen Lama (seconda autorità spirituale del Tibet), Pechino fosse anche in grado di manovrare le mosse del 17° Karmapa in India, le cose si potrebbero mettere male non solo per i tibetani ma anche per Nuova Delhi. Infatti il Karmapa ha molti seguaci in tutta la fascia himalayana che segna il confine tra Cina e India: dal Ladak allo stato dell’Arunachal Pradesh passando per il Sikkim. Una zona dove si trovano migliaia e migliaia di chilometri quadrati di territori oggetto di decennali dispute (e una guerra nel 1962) tra Pechino e Nuova Delhi. L’idea di una presenza in queste aree di centri religiosi che fanno riferimento a un leader spirituale controllato da Pechino è un fantasma che da tempo turba i sonni degli 007 indiani. Il ritrovamento di una somma di denaro illegale così ingente nel monastero del 17° Karmapa sembra aver dato a quel fantasma una consistenza terrena.

Piero Verni

martedì 1 febbraio 2011

India:fondi neri Dalai Lama meglio indagare

Il Dalai Lama ha detto che la grossa somma di denaro sequestrata la scorsa settimana nel monastero del Karmapa Lama, leader di una setta tibetana e indicato dalla polizia indiana come ''agente della Cina'', arriva da donazioni ricevute all'estero, ma che ''e' bene un'inchiesta approfondita'' per ristabilire l'immagine dell'influente monaco che e' il terzo piu' importante dopo lo stesso Dalai Lama e il Panchem Lama. Lo riferisce oggi il Times of India riportando alcune dichiarazioni rilasciate ieri a Bangalore dove il capo dei
tibetani si trovava per una conferenza spirituale. ''Una approfondita inchiesta e' bene perche' il Karmapa e' un Lama importante. Ha moltissimi discepoli, tra cui molti anche in Cina'' ha detto il Dalai Lama a difesa del religioso trovato in possesso per valute straniere per circa un milione di euro, tra cui una grande quantita' di yuan cinesi. ''Parte del denaro potrebbe arrivare da donazioni - ha aggiunto - ma ci sono state delle negligenze, ecco perche' e' meglio indagare''. Ugyen Trinley Dorjee, che ha assunto il titoli 17esimo Karmapa (capo della setta del ''cappello nero'' una delle quatto in cui e' diviso il buddismo tibetano) e' stato indicato come uno dei possibili candidati alla successione alla guida dei tibetani. Giovedi' scorso in una cella nel suo monastero vicino alla citta' di Dharamsala, dove ha sede il governo tibetano in esilio, la polizia aveva trovato diverse valigie stipate di banconote provenienti da oltre 25 paesi. Le indagini sono ancora in corso e il Karmapa e' stato interrogato ieri per la seconda volta dagli investigatori che stanno facendo luce su una
possibile compravendita illegale di terreni da parte del monastero Gyuto. La polizia sospetta che il leader religioso sia ''usato'' da Pechino per estendere il suo controllo territoriale nelle zone di confine con l'India.
Il quotidiano The Hindu riferisce oggi che i funzionari della polizia lo hanno sottoposto a 50 quesiti sui fondi
sequestrati e su altri documenti compromettenti, senza pero' ricevere delle risposte esaurienti. Il ''lama'' ha detto che la contabilita' e' gestita da altri due monaci e che il suo ruolo e' solo quello di ''predicare''. Nell'ambito dell'inchiesta su compravendite immobiliari sospette, sono stati arrestate finora cinque persone, tra cui il ''tesoriere'' del monastero che e' il terzo piu' importante al di fuori del Tibet.

Nepal: il parlamento vota il 3 febbraio

Il parlamento del Nepal voterà il prossimo 3 febbraio per eleggere il primo ministro, il cui posto è vacante da
oltre sette mesi per il disaccordo tra le forze politiche. Lo scrivono i media locali. I candidati dovranno essere presentati il giorno prima del voto da parte dei 601 parlamentari che compongono l'assemblea legislativa di Kathmandu. Per evitare lo stallo degli scorsi mesi, dopo 16 tornate elettorale andate a vuoto per il mancato raggiungimento della maggioranza semplice, sono state cambiate le regole della votazione che non terrà conto di astensioni e assenze e che prevede un massimo di tre tentativi.

martedì 25 gennaio 2011

Il presidente mongolo oggi ad Aarau

Il presidente della Mongolia, Tsakhiagiin Elbegdorj, è stato oggi ad Aarau per informarsi sulle regole della democrazia diretta e del federalismo svizzero. Egli vorrebbe introdurre una sistema come quello elvetico nel grande Paese asiatico situato tra Russia e Cina, ha riferito la cancelleria cantonale. La Mongolia vuole imparare dall'esperienza svizzera e diventare «un esempio per l'Asia», ha detto il capo di stato, giunto ad Aarau a capo di una delegazione di una quarantina di persone, su invito del governo cantonale argoviese.
Tsakhiagiin Elbegdorj, diventato presidente nel 2009, ha incontrato gli esperti del Centro di Aarau per la democrazia (ZDA) e vari esponenti dell'amministrazione cantonale.

lunedì 24 gennaio 2011

Scoppia un compressore gas al confine con la Mongolia

Un compressore di gas che alimenta una stazione, localizzato nel villaggio di Onokhoy, nella repubblica autonoma siberiana di Buriazia, al confine con la Mongolia, è esploso causando la morte di una persone e il ferimento di altre due. Lo riferisce l'agenzia Itar-Tass citando fonti di polizia. L'esplosione ha sprigionato un incendio su un'area di 150 metri quadri.



Nepal: intesa sul trasferimento dei guerriglieri maoisti

Il capo dei maoisti Prachanda ha affidato i suoi ex guerriglieri a un comitato governativo con una decisione che viene definita dalla stampa locale una «pietra miliare» per la pace in Nepal. Il leader dei ribelli, il cui vero nome è Pusha Kamal Dahal, e il primo ministro ad interim Madhav Kumar Nepal, hanno firmato ieri un'intesa che prevede il trasferimento del comando di circa 19 mila ex guerriglieri della Pla (Armata di liberazione del Popolo) a un comitato interpartitico presieduto dal premier e che ha lo scopo di favorire l'inserimento dei militanti nei ranghi dell'esercito. La cerimonia in forma solenne, si è svolta nella base di Shaktikhor (a sud della capitale) ed è stata trasmessa in diretta dalle tv nepalesi. La decisione, contenuta in un accordo di 12 punti, giunge dopo la partenza della missione dell'Onu (Unmin o United Nation Mission in Nepal) che era stata chiamata nel 2006 a gestire il processo di disarmo e il cui mandato era scaduto lo scorso 15 gennaio. Il
comitato interpartitico era stato creato per colmare il vuoto lasciato dagli ispettori internazionali che gestivano i sette accampamenti in cui sono confinati gli ex ribelli e le loro armi. Nel suo discorso l'ex primo ministro Prachanda ha affermato che «il processo di pace ha ora raggiunto la sua fase finale» e «che il nuovo volto del Nepal come repubblica è stato possibile grazie ai combattenti della Pla». Parole di riconciliazione sono arrivate dal premier Nepal, secondo il quale «è tempo di dimenticare le incomprensioni del passato e rinnovare gli sforzi per esplorare nuove strade di collaborazione». Secondo stime, circa 16 mila persone sono morte in dieci anni di sanguinoso conflitto civile. Dallo scorso giugno, l'ex regno himalayano non ha più un governo dopo le dimissioni di Nepal (che ora svolge funzioni provvisorie) volute dai maoisti che con il 40% dei seggi sono il gruppo più forte in Parlamento. Da allora i principali partiti non sono riusciti a trovare un accordo comune per eleggere un nuovo capo di governo. Ieri il presidente della repubblica Ram Baran Yadav ha esteso di cinque giorni una precedente scadenza che i partiti avevano stabilito la scorsa settimana per formare un governo di unità nazionale in modo da superare lo stallo politico che da sei mesi ha sospeso il processo di transizione democratica.

Nepal: governo a guida maoista?

Vi sono «altissime possibilità. che entro cinque giorni il Nepal abbia un governo guidato da Partito comunista unificato del Nepal (Ucpn-M, maoista). Lo ha assicurato la notte scorsa il suo presidente, Pushpa Kamal Dahal, conosciuto anche come Prachanda. Commentando con i giornalisti l'ipotesi che metterebbe fine a sei
mesi di paralisi governativa, Dahal ha osservato che «le possibilità della nascita entro cinque giorni di un governo di consenso guidato dai maoisti sono alte. Vi sono basi sufficientemente ampie per questo».^Anche gli altri due principali partiti nepalesi (Cpn-Uml e il Congresso), ha aggiunto, hanno un atteggiamento positivo riguardo all'ipotesi di un governo diretto dai maoisti. Prachanda ha riconosciuto che l'elemento che ha permesso di sbloccare la crisi è stata la decisione del Ucpn-M di autorizzare il trasferimento di 19.000 suoi guerriglieri dai ranghi del partito maoista a quelli di uno speciale comitato presieduto dal primo ministro uscente. «Questo - ha concluso - ha cancellato le critiche di quanti sostenevano che i maoisti sono contro la pace ed il processo di revisione costituzionale».